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CORRERE FA BENE AL
CUORE?

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La pratica del jogging si sta diffondendo sempre di più. Il
ruolo protettivo che una regolare attività fisica può svolgere nei
confronti del rischio cardiovascolare è stato ampiamente
documentato. Resta argomento di dibattito quali siano la quantità e
il tipo di attività in grado di offrire il migliore risultato.
Questo argomento è di grande attualità e importanza poiché la
sensazione di benessere soggettivo, che la regolare pratica del
jogging offre, stimola molti praticanti a intensificare
progressivamente i propri carichi di lavoro, sino a considerare
possibile la partecipazione a una maratona. Ma se correre
tre, quattro volte alla settimana, per un totale di 40-50 km, è
sicuramente benefico per l’apparato circolatorio, lo è altrettanto
correre una maratona?
È stato ampiamente dimostrato, in soggetti che avevano ultimato una
maratona, un significativo innalzamento degli enzimi indicativi di
necrosi miocardica. Rimane per altro aperto il dibattito sul
significato clinico di questa osservazione. D’altra parte si è anche
però documentato come il livello di sofferenza miocardica registrato
alla fine di una maratona sia inversamente proporzionale all’entità
della preparazione dei soggetti valutati.
Quindi si potrebbe affermare che i rischi di danno cardiaco che
comporta correre una maratona sono legati al livello di allenamento
del soggetto che la affronta. È quindi estremamente sconsigliabile
correre una maratona senza una preparazione specifica, adeguatamente
prolungata. Ma per tutti i soggetti ben allenati la maratona
comporta rischi cardiovascolari limitati? Nuovi elementi su questo
argomento sono stati forniti da un recente studio, comparso sullo
European Heart Journal, che ha valutato un gruppo di 180 soggetti
maschi, di età superiore a 50 anni, maratoneti amatoriali, che
avevano disputato almeno 5 maratone negli ultimi tre anni; si
trattava di soggetti sani, in particolare senza evidenza di
cardiopatia e diabete. Il loro profilo di rischio cardiovascolare è
stato confrontato con quello di 4800 soggetti valutati in uno studio
epidemiologico cardiovascolare effettuato nell’area della Ruhr, il
Recall Study. Uno degli aspetti più interessanti dello studio è
stata la valutazione della presenza di aterosclerosi subclinica
mediante la determinazione del calcio coronarico, un parametro di
rischio cardiovascolare che si è rivelato molto accurato. I
maratoneti hanno mostrato un profilo di rischio cardiovascolare più
favorevole rispetto ai loro pari età valutati nel Recall Study, con
una quantità di calcio coronarico inferiore. D’altra parte, però,
nel 5% dei maratoneti, una risonanza magnetica con gadolinio ha
mostrato la presenza di alterazioni cardiache attribuibili alla
presenza di cicatrici di origine ischemica.
E ancora, dal confronto dei maratoneti con quei soggetti di pari età
del Recall Study che mostravano un uguale profilo di rischio
cardiovascolare, è emerso come questi ultimi presentassero
sorprendentemente una minore quantità di calcio coronarico. Un altro
dato inquietante è che, nel corso del follow up, durato 21 mesi,
quattro maratoneti hanno presentato un evento cardiaco maggiore, che
in due casi si è manifestato come morte improvvisa. Pur in presenza
di profilo di rischio cardiovascolare complessivamente basso, tutti
e quattro questi soggetti avevano uno score di calcio coronarico >
100. Inoltre si è documentato come il numero di maratone disputate,
ma non l’intensità dei programmi di allenamento, sia risultato
correlato a un incremento della quantità di
calcio coronarico.
La prima, sommaria conclusione che si può trarre da questa analisi è
che correre agisce favorevolmente sul rischio cardiovascolare,
mentre disputare una maratona no.
È verosimile che disputare una competizione lunga ed a elevatissimo
dispendio di energia possa determinare danni cardiaci, soprattutto
in soggetti con pregressa disfunzione endoteliale e aterosclerosi
coronarica. A questo proposito è bene sottolineare che essere un
maratoneta, di età superiore a 50 anni, non significa
necessariamente non correre il rischio di incorrere in un evento
coronarico maggiore. In questa categoria di persone possono comunque
essere compresi soggetti che, nel corso della vita, hanno sviluppato
un quadro di aterosclerosi coronarica subclinica, che si può rendere
evidente proprio in seguito alla fatica e allo stress di una
maratona. La valutazione del calcio coronarico permetterebbe di
identificare questi soggetti, ai quali va sconsigliata la pratica
della maratona.
In conclusione, correre fa sicuramente molto bene al nostro profilo
di rischio cardiovascolare; correre una maratona è, invece, una
condizione a elevato stress per il cuore, consigliabile solo ai
soggetti nei quali sia stato possibile escludere la presenza di
aortosclerosi subclinica. |
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